06 Dezember 2011, 09:00
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Nell’era dei social network è come se la «vera immagine» chiedesse l’amicizia. Di Paul Badde / L'Osservatore Romano

Manopello (kath.net/OR) Il mese scorso, al battesimo di Josephine, la nostra ultima nipotina, abbiamo scoperto nella cattedrale di Francoforte una copia della «vera immagine» come non mi era ancora mai capitata sotto gli occhi: il Volto dolce di Cristo che vibra davanti a un velo trasparente sul quale riposa come su un nimbo. Non so chi lo abbia dipinto. Mani di un maestro, è ovvio.

L’ha dipinta nel coro della veneranda chiesa gotica, sul retro a destra in una lunetta a sei falde, sopra una porta che conduce dall’altare della cattedrale alla cappella dell’elezione dei re del Sacro Romano Impero Germanico. Francoforte sul Il Santo Volto di ManoppelloMeno nel 1356 era stata fissata nella Bolla d’Oro di Carlo iv come luogo dell’elezione del re da parte dei sette principi elettori. Il coro era stato portato a termine poco prima, nel 1345, e la cappella lì vicino nel 1425.

Nello stesso periodo sarà stata fissata anche questa immagine sopra l’architrave. Attraverso questa porta i re romani dei tedeschi, con i principi elettori a loro scelta, passavano per comparire la prima volta davanti al popolo e cantare insieme il Te Deum nel coro.

La porta è dunque un punto chiave nella storia d’Europa. Ciò era noto agli architetti che allora appunto fecero dipingere qui sulla parete il volto del Salvatore del mondo, in un modo sconosciuto a qualsiasi altra cultura. Perché che i cristiani abbiano non solo una, ma l’immagine di Dio per eccellenza, era — allora come oggi — ciò che rende unico il cristianesimo fra tutte le religioni. L’hanno solo i cristiani. Essi sanno che in Gesù Dio ha mostrato il suo volto. A quel tempo, però, essi credevano ancora che Dio avesse lasciato un’immagine di questo volto che nessuna mano d’uomo avrebbe mai potuto realizzare.

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Il segreto della persona si esprime nel suo volto, mi ha scritto alcuni mesi fa suor Colomba da un monastero del mondo ortodosso, dove questa fede si è mantenuta fino a oggi. Nel volto di colui che riposa al centro di tutto come alfa e omega, sono iscritti — come dice Dante — anche i nostri volti. Solo se noi guardiamo al volto di colui il cui nome è «Io sono», saremo anche noi in grado di dire in lui: «Io sono». Questa coscienza ha fatto fiorire nell’ortodossia la pittura delle icone. Ma l’icona delle icone è la Vera Icona.

Nella cattedrale di Francoforte essa è dipinta in modo tanto discreto, che di fatto la riconosce solo chi abbia visto una volta l’originale. Sicuramente la conosceva anche il pittore.

Nelle cattedrali dell’oriente e dell’occidente tutte le copie dell’originale ottenevano sempre i posti d’onore più esclusivi. Tuttavia, per vedere l’immagine originale, allora si doveva fare ancora un pellegrinaggio a Roma. Perché per l’originale della Vera Immagine, naturalmente, si poteva prendere in considerazione solo il posto più eminente in assoluto dell’occidente: presso la tomba di san Pietro.

Non c’è dunque da stupirsi che per questo originale, nell’anno 1506, si volle costruire la chiesa più grande del mondo. Proprio sopra la prima pietra del nuovo duomo di San Pietro, Bramante fece erigere per la Vera Immagine una cassaforte alta come una torre. Era un velo misteriosamente bello e nello stesso tempo immateriale, che era giunto a Roma nell’anno 707, sotto Papa Giovanni VII, nell’epoca dell’iconoclastia nell’impero romano d’oriente, e qui rimase per ben 820 anni, fino al 1527.

In questo periodo furono prodotte innumerevoli copie dell’immagine, una più bella dell’altra, dal mosaico della Cappella di San Zenone in Santa Prassede, fino alle grandi rappresentazioni dei maestri italiani, tedeschi, francesi o fiamminghi.

Ma la cosa più prodigiosa nell’origine e nella storia di questa Vera Immagine è per noi il fatto che scomparve nell’anno «Ostensione pubblica del velo della Veronica» (XV secolo)1527, durante il sacco di Roma; rimase dispersa per secoli, ma fortunatamente non andò perduta, e poi, in modo quasi silenzioso — anche se non proprio così completamente come un tempo quando era scomparsa — è ritornata alla storia, quando Benedetto XVI, come primo Papa dopo 479 anni, il 1° settembre 2006, su una collina dell’Adriatico dietro Manoppello, si inginocchiò davanti a ciò che un tempo era il tesoro più prezioso che i Papi avessero. Dopo la visita a Bari per il congresso eucaristico nazionale, era il primo pellegrinaggio in Italia, che lui stesso aveva deciso. Nessuno era preparato alla riscoperta.

Al contrario della Sindone di Torino, che al momento della sua prima fotografia aveva già alle spalle un secolo di venerazione, la Vera Immagine era stata dimenticata. Nessuno ci contava più. Nessuno se lo sarebbe aspettato. A nessun ricercatore interessava più tranne che a un paio di pastori, di contadini e di pescatori dell’Abruzzo, fra i quali era rimasta nascosta come una reliquia locale.

Pertanto uno stupore incredulo accompagnò anche la riscoperta. Perché l’oggetto ritrovato non era un reperto archeologico cristiano. Non è una rovina riportata alla luce. È un’immagine viva, luminosa ed eloquente come il primo giorno, anzi più luminosa, così aperta e con tanta luce, come mai prima. È sorprendentemente facile andare a vederla, ogni giorno dell’anno, gratis. Ma ciò che rende più felici oggi è semplicemente il fatto che la leggendaria Vera Immagine della Chiesa non era una leggenda, come invece sostiene anche l’insigne studioso Hans Belting, secondo il quale non può mai essere esistita. Se si fossero conservati esemplari leggendari, ha scritto nel 2005 nel suo libro La Vera Immagine, verrebbero subito smascherati come contraffazioni.

Qui la Vera Immagine si è conservata; e nonostante molteplici tentativi, ancora nessuno è riuscito a smascherarla come un falso. Qui l’abbiamo davanti.

È l’icona madre di tutte le icone, inspiegabile. Non c’è da sorprendersi se stupore e scetticismo incredulo abbiano sempre accompagnato questa immagine, da Dante fino a Lutero. Perché non è solo un’immagine, cambia a ogni luce. È un’immagine di luce. Ma non c’è di essa una fotografia oggettiva. Quasi tutte le fotografie di questo ritratto di Cristo rivelano una chiarezza e unidimensionalità che essa non ha. Racchiude in sé migliaia di immagini che sono tutte diverse, tranne che per la misericordia che parla sempre da questi occhi: «Vuoi essere mio amico?». È il Facebook del cielo.

Sarebbe troppo elencare e spiegare tutti i nomi che nel tempo ha assunto: Mandylion, immagine di Abgar, velo di Camulia, Santo Sudario, Santo Volto, telo di bisso, Veronica eppure nessun nome ha colto la sua essenza come Vera Immagine.

Verità è il punto di Archimede, è davvero il punto cardinale della sua essenza. Perciò la cosa migliore è concepire l’immagine in questo sottilissimo tessuto trasparente come un pezzo di verità materiale. Il che, come ciascuno di noi ben sa, non ci può essere, perché noi normalmente immaginiamo la verità come un concetto strettamente filosofico. Eppure ci troviamo davanti a un paradosso. La verità è persona, dice Nicolás Gómez Dávila. E così è. Eccolo qui. Ma Gesù stesso invece tace quando Pilato Gli pone la domanda: «Cos’è la verità?». Allo stesso modo anche la Vera Immagine tace. Ci guarda solamente.

Forse la generazione di Facebook e la prossima e poi ancora la successiva generazione di cristiani la scopriranno, e la riconosceranno quasi come uno strano chip di memoria del Dio di misericordia, con innumerevoli gigabytes di informazioni non lette che allora cominceranno a decifrare. Perché è tornata nella storia proprio sulla soglia dell’era digitale. In un violento ritorno delle immagini e dei geroglifici alle porte della nostra percezione, essa oggi ci ricorda, come nessun altro documento che abbiamo, un’immagine di Dio, la Parola fatta carne.

Nessuno perciò deve pretendere che questa icona debba essere innalzata a stella polare dell’evangelizzazione: lo è e lo sarà comunque, anche senza alcuna campagna pubblicitaria. Dalla visita di Benedetto XVI è cominciato un vero e proprio spostamento da tutte le parti della terra per vedere la Vera Icona sul colle Tarigni dietro Manoppello, come se fosse un nuovo Monte Tabor, e non finirà più. Il Papa, che non si stanca di lodare il volto umano di Dio, ha guidato questa migrazione col suo pellegrinaggio. In questo tempo volgeremo il nostro sguardo a Gesù Cristo, ha detto recentemente, l’11 ottobre, nel suo annuncio del prossimo Anno della fede. La nuova evangelizzazione delle nazioni un tempo cristianizzate, che — come ha detto il cardinale Koch qualche settimana fa — è immaginabile solo in senso ecumenico, qui arriva già da tempo a destinazione in una processione ecumenica della cristianità pur così divisa. Nell’anno 2027, nel quinto centenario della sottrazione e del ritrovamento del velo dal Vaticano, Manoppello non si riconoscerà più. Sembra una pecora, disse mia moglie spaventata quando ci siamo trovati per la prima volta davanti alla Vera Immagine. Nel frattempo molte migliaia di persone, me compreso, riconoscono in questo volto il più bello fra i figli dell’uomo. Eppure mia moglie naturalmente aveva ragione. Ecco l’Agnello di Dio!


kathTube: Manopello: The Holy Face Trailer. Con Paul Badde (in inglese)






Foto del Volto Santo di Manopello:





L'altare contenente il Volto Santo





Foto Volto Santo di Manopello: (c) kath.net/Lorleberg







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